
Volutamente provocatoria e apparentemente senza senso, in una frase si può nascondere un atteggiamento totalmente diverso che può fare la differenza, mostrando lo spazio di libertà che spesso abbiamo a disposizione in ogni situazione che viviamo.
Lessi questa frase in un libro di Larry Rosenberg, un insegnante di meditazione Vipassana che ha trascorso un’intera vita a tramandare insegnamenti sul dharma, ovvero l’insegnamento del Buddha. Può sembrare paradossale, eppure è proprio ciò che diceva il Buddha di ciò che succedeva a ciascuno di noi. Ma perché una brutta situazione è una buona situazione? Per rispondere a questa domanda occorre fare un piccolo accenno al dharma e a diverse riflessioni di studiosi e insegnanti. In seguito, vedremo come quanto di questi insegnamenti si possa ritrovare nella psicoterapia, o almeno in uno degli atteggiamenti con cui questa può essere vissuta, rendendo la psicoterapia una metafora di un percorso di risveglio, proprio come quello di chi sceglie di intraprendere un percorso di crescita spirituale, oltre che personale.
La psicoterapia sistemica è ricca di paradossi, un famosissimo libro, forse il più famoso, si intitola proprio “paradosso e controparadosso”, in cui l’originale gruppo di Milano ripercorreva diversi casi clinici e li usava per esporre le loro recentissime, allora, scoperte su un nuovo filone di psicoterapia. Ciò che fa male fa bene, quindi, può sembrare una frase molto simile ai koan degli insegnanti zen, frasi che abbandonano per un attimo l’abitudine razionale delle persone per stravolgere il loro ordine di pensiero, permettendo loro di cogliere per un istante quella realtà liminale che spesso è lo spazio che apre alle esperienze di illuminazione (o insight, per usare un termine più attuale). Nella tradizione orientale, e soprattutto nella tradizione buddhista, ampio spazio viene rivolto alla cosiddetta pratica formale, ovvero tutto ciò che viene fatto da un individuo per approfondire la propria realtà interna, il proprio modo di re-agire di fronte agli stimoli, e spesso questo avviene attraverso la meditazione. In particolare, il Buddha insegnò una specifica tecnica di meditazione basata sul respiro e sulle sensazioni del corpo, sull’osservare queste due componenti come testimoni silenziosi e partecipi, senza alcun giudizio e senza nessuna volontà di agire su nessuna delle due. Questa meditazione prende il nome di meditazione vipassana, che significa visione profonda. In che modo la meditazione vipassana aiuta a muovere i passi sul sentiero del dharma? L’idea è che attraverso questa pratica formale una persona divenga sempre più consapevole e sensibile alla propria realtà interna, in particolare rimanendo seduto fermo e immobile per lunghi lassi di tempo, affinché tutto ciò che succede dentro di lui divenga sempre più chiaro, sviluppando una nuova postura nei confronti anche della realtà esterna. Come? L’assunzione del Buddha è che tutto ciò che agisce sull’individuo viene riletto dalla sua mente, che ne genera delle immagini che influiscono sulla sua realtà interna, determinando delle re-azioni. Nel momento in cui non si è consapevoli di ciò che avviene nella propria realtà interna ecco che si re-agisce, ovvero si risponde ad uno stimolo con una risposta che può generare, a cascata, delle sensazioni spiacevoli. Faccio qui un esempio che può sembrare banale, ma che aiuta molto nel chiarire questo tipo di meccanismo: una persona si rivolge a noi in maniera poco rispettosa. Davanti a noi abbiamo diverse strade: prendere il messaggio di questa persona e riferirlo a noi e generando delle sensazioni che ci portano a provare della rabbia nei suoi confronti, magari reagendo noi stessi in malo modo nei confronti di questa persona, con una serie di conseguenze a cascata di cui non possiamo conoscere esattamente l’esito; possiamo scegliere di evitare il commento, rimanendoci magari male perché sentiamo che ciò che ha detto ha fatto breccia dentro di noi, minando la nostra quiete, ed evitare diventerà un comportamento che può portarci a pensare che sia meglio conservare un certo equilibrio nel confronto con gli altri, mantenendo uno status quo, che, però, è molto fittizio e ben lontano dall’equilibrio, avendo generato in noi già una sensazione se non di malessere di lieve disagio; possiamo scegliere di ascoltare il commento poco rispettoso della persona che abbiamo di fronte e agire consapevolmente re-inquadrando il messaggio alla luce di una prospettiva diversa, questa persona può aver avuto i suoi motivi per fare tale commento, magari ha giudicato una nostra azione irrispettosa nei suoi confronti ed è lui che re-agisce, inconsapevolmente, a qualcosa che ha minato la sua quiete e ha avuto effetto sulla sua realtà interna. Chi riesce a fare questo ultimo passaggio? Beh, va da sé che non è una cosa che si impara dall’oggi al domani, essendo che noi siamo principalmente abituati a re-agire agli stimoli. L’auspicio, e ciò che si tramanda nell’insegnamento buddhista, è che attraverso una ricca e costante pratica formale (ovvero la meditazione seduta) si possa sempre di più avvicinarsi a questo tipo di atteggiamento, in cui chi riceve commenti irrispettosi rilegga tali commenti alla luce di ciò che è avvenuto nel suo mondo interno, avendo fatto esperienza della natura transitoria di tutto ciò che fa parte della realtà (il Buddha insegnava il concetto di impermanenza, o anicca, di tutti i fenomeni, una parte centrale del suo insegnamento che, se compresa, rimette in prospettiva tutto ciò che viviamo), così come la sua realtà interna. Quel commento irrispettoso può aver generato un moto di stizza, una certa sensazione alla bocca dello stomaco, o sulla superficie del ventre, magari intorno alle tempie e accelerato il battito del cuore, con un calore diffuso sulle mani. Ecco, tutte queste sensazioni sono dovute non tanto a ciò che ci è stato detto, ma a quello che noi ci siamo fatti di ciò che ci è stato detto. Metaforicamente, è come se ci avessero offerto un bicchiere d’acqua salata e noi avessimo scelto di berlo, sapendo che non era ciò che era utile per noi. Attraverso una seria e costante pratica formale l’auspicio è che di fronte ad un bicchiere d’acqua salata, noi possiamo essere in grado di rifiutarci di berne anche un sorso. Il Buddha descriveva un processo simile riferendosi al “non accettare il dono”. Questa è una postura che sposta totalmente la punteggiatura (scomodando Paul Watzlawick) non più sulla persona scortese, ma sulla nostra re-azione di fronte a lui. E dal re-agire incondizionato possiamo passare ad un agire consapevole, in cui noi osserviamo il bicchiere d’acqua salata, lo riconosciamo e comprendiamo la sua provenienza. Ecco che in quel breve spazio di riconoscimento e comprensione si apre davanti a noi l’infinito spazio della libertà. Libertà di poter agire consapevolmente e responsabilmente, potendo fare la scelta più utile per noi stessi.
Tutto molto bello, certo, ma cosa c’entra con la brutta situazione che, magicamente, diventa una buona situazione?
Nelle pratiche orientali, e ancor più nelle tradizioni di psicoterapia che a piene mani hanno attinto da questo tipo di tradizioni e discipline, viene dato risalto a tutto quello che è il processo dell’accettazione. Lungi da me voler fare del facile sarcasmo, ma sembra che tutte queste tradizioni vogliano le persone estremamente abili a tagliare a fette le cose, ad accettarle, appunto. Ebbene, sembra che ciò che implicitamente venga detto, è che se non esiste l’accettazione, allora si è destinati ad una vita misera, insoddisfacente, o semplicemente non al meglio di ciò che sarebbe invece ottenibile. Ecco che a questo proposito interviene Corrado Pensa, uno psicoterapeuta e insegnante di meditazione che ha scritto molti saggi in cui approfondisce il dharma e fa dei collegamenti alla psicologia, oltre che alla religione cristiana. Nel suo libro “La Tranquilla Passione”, Pensa affronta temi più disparati con una disarmante lucidità e chiarezza espositiva, di fronte a cui certi passaggi hanno il balsamico effetto di fare chiarezza, riuscendo ad esprimere concetti complessi in termini semplici e, spesso, anche molto immediati, almeno a chi ha un po’ di dimestichezza dei temi che lui affronta. Pensa dice che oltre a focalizzarsi su ciò che si dovrebbe accettare, ancora più importante è accogliere ciò che non si riesce ad accettare. Ecco un altro cambio di punteggiatura: una persona viene a conoscenza di quanto importante sia un’atteggiamento di accettazione (con delle ricadute o-scure) e orienta i propri sforzi verso tale postura, coltivando una postura di accettazione verso le più disparate situazioni. Nel fare ciò, potrà imbattersi in eventi in cui ciò sarà più difficile, in altri magari impossibile. Spostiamo la punteggiatura, grazie allo spunto di Corrado Pensa possiamo infatti suggerire all’uomo che sì, sarà sicuramente importante coltivare un’attitudine di accettazione, ma ancor di più forse sarà importante comprendere ciò che non stiamo accettando. Torniamo all’esempio di prima: una persona si rivolge a noi in maniera irrispettosa e magari abbiamo da poco intrapreso il nostro percorso personale di psicoterapia o di autoconsapevolezza. Ecco che ci sentiamo offesi, sopraffatti da questo commento e dall’atteggiamento rivolto verso di noi. Ancora prima di andare oltre nel processo occorre fare un fermo immagine su questo micro evento: non stiamo accettando la realtà. Questa persona si sta rivolgendo a noi in questo modo, non lo accettiamo. Non accettandolo ecco che la nostra realtà interna comincia a proferire pensieri e sensazioni che istantaneamente (siamo davvero dei fuoriclasse in questo) cataloghiamo come spiacevoli e negative, generando a cascata una serie di ricadute sulla nostra quiete che non accettiamo. Perché dovremmo accettare che una persona si rivolga a noi in maniera irrispettosa? Cambiamo punteggiatura: Perché non dovremmo provare a concentrarci su ciò che non stiamo accettando in questo frangente? Ancora meglio: cosa dice di noi il fatto che in questo micro fermo immagine noi cominciamo a sentirci in questo modo? Cosa ci aiuta a scoprire di noi il fatto che non stiamo accettando questo tipo di interazione? Tornando a noi, una brutta situazione, in cui una persona si pone irrispettosamente nei nostri confronti, ci permette di comprendere qualcosa in più su di noi, diventando una buona situazione per il nostro lavoro.
“Sa dottore, l’altro giorno ero in fila al supermercato ed una persona mi è passata davanti nonostante fossi in fila, mi ha dato molto fastidio il fatto che nonostante glielo avessi fatto notare questa persona si è scusata ma ha comunque proseguito nel suo intento, alludendo al fatto che non si era proprio accorta ma che ormai, avendo pochi prodotti, li aveva già poggiati sul nastro”. Cosa ci può dire di questa persona? Che forse il rispetto delle regole è molto più importante che delle circostanze, e che il fatto che si sia sentita incompresa e anche svalutata l’abbia fatta ripensare a vecchie relazioni in cui lei era colei che rimetteva tutto a delle regole, ma che trascuravano le circostanze del momento, forse in quel frangente più importanti. Da sistemico, il lavoro per ipotesi è la strada maestra, ed ecco come aprire a ciò che non si accetta genera nuovi spazi di lavoro, in cui noi possiamo scoprire sempre di più di noi, qualcosa che, se ci limitassimo a fermarci ai nostri insuccessi dovuti al non essere riusciti ad accettare qualcosa, ci perderemmo irrimediabilmente.
Bibliografia:
Rosenberg, Larry e Drexler, Madeline, Il mondo esiste per renderci liberi. Dharma quotidiano per una vita consapevole, Astrolabio Ubaldini, 2026;
Pensa, Corrado, La tranquilla passione. Saggi sulla meditazione vipassana, Astrolabio Ubaldini, 1994;
Watzlawick, Paul, La realtà della realtà. Confusione, disinformazione, comunicazione, Roma, Astrolabio Ubaldini, 1976.

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